Il Kalarippayat è la forma di espressione corporea più elegante, complessa, bella e vigorosa che l`India abbia mai creato. Il kalarippayat è l`arte marziale che unisce combattimento, yoga, meditazione, massaggio, medicina ayurvedica e fine conoscenza dei punti vitali del corpo umano. Un`arte marziale aperta anche alle donne.
Questa arte di difesa personale affonda le sue radici storiche in un lontano passato dove il mito delle arti belliche dravidiche e le gesta delle caste guerriere brhaminiche sono protagoniste.
Una leggenda sussurra che sia addirittura la madre di tutte le arti marziali. Il monaco buddhista indiano Bodhidharma l`avrebbe introdotta in Cina nel V secolo d.C. a Shaolin.
Oggigiorno questa antica arte si è preservata nelle regioni del Kerala e del Tamil Nadu.
Antichi e nuovi guerrieri iniziano la loro giornata di allenamento con esercizi di pranayama accompagnati da movimenti per sciogliere e scaldare il corpo, praticano il saluto kalari vandhanam, ovvero alla divinità tutelare del kalari, ai maestri, ai guardiani delle otto direzioni e poi alla natura ed iniziano infine l`allenamento marziale.
L`allenamento o Meypayattu consiste in una fluida sequenza di posture, al pari di molte asana dello yoga, poi gli allievi si allenano con lunghi bastoni o vadi e poi con bastoni più corti, Muchann, che implicano movimenti molto rapidi e forte capacità di controllo. Man mano che l`allievo acquisisce maggiore sicurezza potrà utilizzare via via armi sempre più pericolose: i bastoni a due curve come gli otta, il kaadari o pugnale, l`urami, la lunga e flessibile spada.
Nel kalarippayat fondamentale è il rapporto tra Maestro e discepolo: si instaura una sorta di relazione padre/madre-figlio nella quale il maestro conosce perfettamente le qualità fisiche dell`allievo, ma anche ogni aspetto della sua mente, cuore e carattere al pari di un guru dello yoga.
Gli aspiranti allievi diventano tali già dall`età di sette anni, età in cui vengono introdotti alla pratica posturale, respiratoria e alle prime tecniche semplificate di combattimento. Verso i quindici anni vengono condotti alla conosenza di alcuni punti marma del corpo e del massaggio. Nel tempo il maestro svelerà all`allievo i segreti del kalari introducendolo alla lotta solo quando riconoscerà in lui controllo e stabilità mentale.
Come lo yoga è finalizzato al risveglio della kundalini shakti, il kalari è volto al risveglio della potenza, la shakti interiore. La si risveglia attraverso pratiche respiratorie controllate, le stesse del pranayama yogico.
Queste respirazioni sono però dette swasam.
Nel sud dell`India si narra di antichi maestri di kalarippayat che erano al pari dei siddha: autentici risvegliati dotati di poteri paranormali o sovrumani, acquisiti come frutto dell`esercizio marziale, della respirazione e della meditazione. Sapevano curare quasi magicamente le malattie, le ferite e le contusioni, le fratture ecc...Tutto ciò grazie alla conoscenza dei punti marmani, punti vitali del corpo, ed erano in grado di colpire in combattimento quelli dell`avversario mettendolo al tappeto.
Erano uomini coraggiosi in grado di affrontare ogni situazione e di rianimare corpi esanimi senza mai trasgredire i codici dei loro lignaggi. Ciò li rendeva simili più a semidei che agli uomini a cui il coraggio spesso viene meno.
Per colui che vede il proprio Sè espanso nell'universo e l'universo nel proprio Sè, e che vede il superiore e l'inferiore; la pace fondata sulla conoscenza non viene mai a mancare.
- Charaka Samhita Sha. V. 20 -
- Charaka Samhita Sha. V. 20 -
Visualizzazione post con etichetta Home page. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Home page. Mostra tutti i post
mercoledì 8 giugno 2016
sabato 20 febbraio 2016
LA VOLONTÀ PER ARMONIZZARE LA PROPRIA PERSONALITÀ
Il pensiero cosciente sceglie gli obiettivi, seleziona i dati, calcola, valuta e giunge a conclusioni e mette in moto il processo inconscio.
Attraverso la volontà si può produrre un’immagine mentale dello scopo che si vuole raggiungere, e questa mette in moto nell’inconscio un’attività diretta a realizzare tale scopo, sebbene noi rimaniamo all’oscuro del modo in cui opera.
Il pensiero cosciente non è, perciò, l'esecutore materiale del risultato, ma colui che ne attiva i meccanismi. Dunque agire qui ed ora nel modo più eticamente corretto possibile (dharmya) permette poi al processo inconscio di raggiungere spontaneamente, senza eccessiva fatica, i migliori risultati.
Ecco perché è importante occuparsi con fiducia del qui ed ora; perché gli obiettivi verranno conseguiti dal processo inconscio che avremo messo in moto.
La volontà è ottimamente usata quando si limita a fornire l’impulso iniziale e lascia che l’elaborazione inconscia segua naturalmente e spontaneamente. Per avere pieno e duraturo successo nell'utilizzo della volontà, dobbiamo operare attraverso di essa, non direttamente applicata allo scopo finale, bensì alla gestione delle funzioni psichiche.
Infatti, il miglior utilizzo della volontà lo si ottiene quando attraverso di essa si attivano e si dirigono tutte le forze del mondo psichico.
Fede, disciplina, coraggio, interesse, ottimismo, tendere ad uno scopo evolutivo e costruttivo, tutto ciò rafforza la volontà e la vitalità.
Futilità, pessimismo, frustrazione, rancore, risentimento, invidia, gelosia, paure, nostalgie, attivano dinamiche distruttive che riducono la forza di volontà e la vitalità e di conseguenza anche la prospettiva della vita. Con questo tipo di attitudine si accelera anche il processo dell'invecchiamento.
Cosa fare per sviluppare la determinazione?
La determinazione è uno stato mentale che può essere coltivato e sviluppato con la giusta predisposizione. Come tutti gli stati mentali, la determinazione scaturisce da fattori psicoemotivi e attitudinali ben precisi, tra questi:
1. Desiderio. In presenza di un desiderio intenso e ben definito è più facile sviluppare e mantenere la determinazione nel perseguire l'obiettivo che ci si è prefissi.
2. Definizione di scopo. Sapere ciò che si vuole è la prima cosa e, forse, la più importante, per sviluppare la determinazione. Una forte motivazione aiuta a superare difficoltà iniziali e imprevisti.
3. Fiducia in se stessi. II credere nella propria capacità di poter conseguire un risultato, incoraggia a seguire il piano con determinazione.
4. Definizione di programmi. Programmi organizzati, sebbene inizialmente non accurati e non ben centrati, incoraggiano la determinazione e rafforzano la perseveranza.
5. Conoscenza accurata. Sapere che i propri progetti sono saldamente fondati su di una conoscenza approfondita della realtà e su esperienze di natura evolutiva, favorisce la determinazione. La «presunzione», al contrario del «sapere», indebolisce la determinazione.
6. Cooperazione. L'empatia, la tolleranza, la comprensione e la cooperazione armonica tra i membri del gruppo rafforzano la determinazione di ciascun membro o componente di quest'ultimo.
7. Forza di volontà e progettualità. L'esercizio costante di coltivare la volontà e di concentrare i propri pensieri – in maniera proattiva - sulla definizione di un progetto, al fine di programmare l'ottenimento degli obiettivi che ci siamo prefissi, sviluppa la determinazione.
8. Abitudine. La determinazione è il diretto risultato della nostra impostazione mentale, di un’abitudine, ovvero di una deliberata impostazione all'azione adottata come criterio costante di comportamento consapevole. La nostra conformazione mentale si modifica a seconda delle azioni che compiamo e che, seppur inconsciamente, influenzano la struttura psichica con modelli comportamentali che vengono assorbiti e automaticamente riproposti secondo gli schemi adottati ed acquisiti.
- " in verità si dice anche che l'uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio tale è la volontà, quale è la volontà tale è l'azione, quale è l'azione tale ne è il risultato che ne consegue...." Upanisad
domenica 23 agosto 2015
ABRAMO E L'INDUISMO
Fonti risalenti al 100 d.C. attestano che Aristotele definì gli ebrei discendenti dei filosofi indiani e che da questi ultimi erano denominati Calani.
Clearco invece scrisse anch'egli che gli Ebrei discendono dai filosofi dell'India, infatti in India i filosofi sono chiamati Calaniani, mentre in Siria sono detti Ebrei.
Megastene invece fu inviato in India da Seleuco Nicator circa 300 anni prima di Cristo ed egli affermò che gli Ebrei erano una tribù indiana chiamata Kalani. ..
Esistono notevoli somiglianze tra induismo ed ebraismo da far credere che quest'ultimo derivi proprio dal primo. Notevoli le coincidenze fra il dio indù Brama e la sua consorte Saraisvati e l'Abramo e la sua Sara ebrei. Si pensa inoltre che Abramo fosse il discendente di qualcuno dei numerosi sacerdoti Brahmani che avevano lasciato l'India per diffondere i loro insegnamenti nel mondo intero. In India Brahma era altamente rispettato e la sua influenza si espandeva attraverso la Persia sino alle terre bagnate dal Tigri e l'Eufrate. I Persiani adottarono Brahma e ne fecero una propria divinità. Successivamente avrebbero detto che il dio sarebbe arrivato dalla Bactria, regione montuosa a metà strada sul percorso verso l'India. Tale regione altro non era che la sede di una primitiva nazione ebrea denominata Juhuda o Jaguda o anche Ur-Jaguda. Ur significa "luogo" o "città". Sembra perciò che la Bibbia non sbagli nel dichiarare che Abramo era venuto da Ur dei Caldei. Cadeo tra l'altro sembra derivare dal sanscrito Kaul-Deva, il titolo di un'antica casta sacerdotale indù di Brahmani che viveva in una zona tra Afghanistan, Pakistan e Kashmir. Casta a cui apparteneva Abramo e che fu espulsa dal paese.
I Persiani sembra pretendessero che il loro fondatore fosse Ibrahim, Abraham, così come gli Ebrei. Infatti secondo l'antica storia persiana, il padre di Abramo era venuto da un paese dell'Est chiamato Ur dei Caldei per abitare in una regione chiamata Mesopotamia. Qualche tempo dopo anche Abramo o Brahma e Sara o Sara-istanti andarono ad abitare in questa zona. Peraltro l'identificazione di Abramo con Brahma e quella di Sara con Saraiswati sarebbe confermata e precisata dai Gesuiti.
I nomi dei figli di Abramo avrebbero inoltre una derivazione sanscrita: Isacco in ebraico è Ishaak mentre in sanscrito Ishaku e significherebbe "amico di Shiva", mentre Ismaele, Ishmael in ebraico e Ish-Mahal in sanscrito significa "grande Shiva".
Lo storico indiano Kuttikhat Purushothama Chon ritiene che Abramo fosse stato cacciato dall'India e dichiara che gli Ariani, incapaci di combattere l'emergente casta mercantile degli Asura, distrussero poi i loro sistemi di irrigazione causando una inondazione distruttiva che portarono Abramo e la sua famiglia a marciare verso Occidente.
Questa guerra di caste portò ad esodi di grossa portata che portarono diversi gruppi indiani a raggiungere sino in occidente addirittura ai confini con la Grecia. L'esodo dei rifugiati dall'antica India avvenne in più ondate ed essi nel tempo vennero chiamati Kassiti, Hittiti, Siriani, Hurriti, Assiri, Aramei, Hyksos, Mitanni, Caldei nonché popolazioni indo-europee di cui non si conosceva la provenienza.
Clearco invece scrisse anch'egli che gli Ebrei discendono dai filosofi dell'India, infatti in India i filosofi sono chiamati Calaniani, mentre in Siria sono detti Ebrei.
Megastene invece fu inviato in India da Seleuco Nicator circa 300 anni prima di Cristo ed egli affermò che gli Ebrei erano una tribù indiana chiamata Kalani. ..
Esistono notevoli somiglianze tra induismo ed ebraismo da far credere che quest'ultimo derivi proprio dal primo. Notevoli le coincidenze fra il dio indù Brama e la sua consorte Saraisvati e l'Abramo e la sua Sara ebrei. Si pensa inoltre che Abramo fosse il discendente di qualcuno dei numerosi sacerdoti Brahmani che avevano lasciato l'India per diffondere i loro insegnamenti nel mondo intero. In India Brahma era altamente rispettato e la sua influenza si espandeva attraverso la Persia sino alle terre bagnate dal Tigri e l'Eufrate. I Persiani adottarono Brahma e ne fecero una propria divinità. Successivamente avrebbero detto che il dio sarebbe arrivato dalla Bactria, regione montuosa a metà strada sul percorso verso l'India. Tale regione altro non era che la sede di una primitiva nazione ebrea denominata Juhuda o Jaguda o anche Ur-Jaguda. Ur significa "luogo" o "città". Sembra perciò che la Bibbia non sbagli nel dichiarare che Abramo era venuto da Ur dei Caldei. Cadeo tra l'altro sembra derivare dal sanscrito Kaul-Deva, il titolo di un'antica casta sacerdotale indù di Brahmani che viveva in una zona tra Afghanistan, Pakistan e Kashmir. Casta a cui apparteneva Abramo e che fu espulsa dal paese.
I Persiani sembra pretendessero che il loro fondatore fosse Ibrahim, Abraham, così come gli Ebrei. Infatti secondo l'antica storia persiana, il padre di Abramo era venuto da un paese dell'Est chiamato Ur dei Caldei per abitare in una regione chiamata Mesopotamia. Qualche tempo dopo anche Abramo o Brahma e Sara o Sara-istanti andarono ad abitare in questa zona. Peraltro l'identificazione di Abramo con Brahma e quella di Sara con Saraiswati sarebbe confermata e precisata dai Gesuiti.
I nomi dei figli di Abramo avrebbero inoltre una derivazione sanscrita: Isacco in ebraico è Ishaak mentre in sanscrito Ishaku e significherebbe "amico di Shiva", mentre Ismaele, Ishmael in ebraico e Ish-Mahal in sanscrito significa "grande Shiva".
Lo storico indiano Kuttikhat Purushothama Chon ritiene che Abramo fosse stato cacciato dall'India e dichiara che gli Ariani, incapaci di combattere l'emergente casta mercantile degli Asura, distrussero poi i loro sistemi di irrigazione causando una inondazione distruttiva che portarono Abramo e la sua famiglia a marciare verso Occidente.
Questa guerra di caste portò ad esodi di grossa portata che portarono diversi gruppi indiani a raggiungere sino in occidente addirittura ai confini con la Grecia. L'esodo dei rifugiati dall'antica India avvenne in più ondate ed essi nel tempo vennero chiamati Kassiti, Hittiti, Siriani, Hurriti, Assiri, Aramei, Hyksos, Mitanni, Caldei nonché popolazioni indo-europee di cui non si conosceva la provenienza.
sabato 16 agosto 2014
KRISHNA JANMASTAMI
Janmastami
(nascita di Krisna) si celebra nell'ottavo giorno di luna calante tra agosto e settembre, in questo anno il 17 agosto.Quella del compleanno di Krisna è una festa solenne e celebra proprio il più
popolare fra tutti gli avatara di Visnu, la cui nascita avvenne,
secondo la tradizione, a mezzanotte dell'ottavo giorno di luna calante
del mese di Bhadrapada nella città di Madura; in occasione di questa
festa, che è celebrata con molta solennità anche a Vrndavana, dove
Krisna trascorse la fanciullezza, i devoti digiunano fino alla
mezzanotte, mentre nei templi e nelle case si rappresentano scene della
vita del dio."
(Piano, Sanatana Dharma p.262-267)
(Piano, Sanatana Dharma p.262-267)
Una delle tante versioni del mito
narra che Krishna, dopo la nascita - per essere salvato dalla minaccia
di uno zio, sovrano crudele e tiranno che, temendo che il nipote avrebbe
usurpato il suo trono, lo voleva far uccidere - fu deposto in un cesto
ed affidato alle acque del fiume Yamuna dalle quali fu raccolto da una
coppia di pastori, Yashoda e Nanda, che lo adottarono. Crebbe
felicemente a Vrindavan facendo il pastore in compagnia delle gopi, le
pastorelle che giocavano con lui e si innamoravano di questo bellissimo
giovane che sapeva affascinarle con il suono dolcissimo del suo flauto.
giovedì 6 marzo 2014
PUJA: il sacrificio
Si crede che il termine Puja possa derivare dalla parola dravidica Pu-chey, infiorare, adorare offrendo fiori. Altri studiosi lo fanno originare da Pusu, segnare, spalmare con pasta di sandalo, sempre di origine dravidica.Puja in sanscrito significa "venerazione" ed è un rituale dedicato ad una divinità che comprende mantra, inni, azioni rituali, offerte e meditazione. Ce ne sono di molti tipi, per molti fini e diretti a tantissime divinità, il punto essenziale è la devozione. Durante la puja un immagine, statua o simbolo della divinità in questione (Murti) è posta sull'altare come ponte tra l'officiante e il Dio.
Nella tradizione induista ci sono puja per festeggiare le varie fasi della vita di una persona (cerimonia di assegnazione del nome, varie fasi della crescita, primo ciclo mestruale, matrimonio, funerale...), per ottenere benedizioni quando si intraprende qualcosa di importante nella propria vita, puja settimanali o anche giornaliere officiate in casa dalla famiglia, oppure grandi eventi della città intera nei templi per celebrare festività particolari.
Le offerte che vengono donate alla divinità, dopo il rituale divengono Prasada, ovvero cibo sacro da consumare alla fine o nei giorni successivi.
Il rito, nella sua versione non cruenta, viene compiuto da ogni pio indù almeno una volta al giorno. Esistono tre tipi di Puja: grande, intermendia e piccola.
Una Puja grande normalmente coinvolge una comunità e viene celebrata durante occasioni solenni e feste religiose. Qualunque sia la Divinità venerata, il procedimento base di una puja è lo stesso. Le puja più brevi constano di almeno uno di cinque passi, anche chiamati Upachara o offerte, che consistono di acqua, luce (fuoco di candela), incenso, fiori e cibo. Le più comuni hanno invece sedici (Shodasa) passi da rispettare.
In generale un officiante deve sempre fare un bagno purificatorio prima di partecipare ad una puja, e una lampada deve essere sempre accesa durante il rituale. La puja può essere iniziata con una preghiera al Signore Ganesha (che benedice e rimuove gli ostacoli in ogni cosa intrapresa) e a una preghiera al Guru (maestro spirituale).
Avahana - L'invocazione della divinità prescelta.
Asana - La divinità viene invitata ad accomodarsi.
Svagata - La divinità viene accolta e benvenuta con pasta di sandalo e polveri vermiglie.
Padya - I piedi della divinità vengono lavati con acqua.
Arghya - Si offre acqua mescolata a riso, pasta di sandalo e polvere vermiglia.
Achamania - Altra acqua è offerta perchè la divinità si sciacqui il viso e la bocca.
Madhu-Parka - Si offre al dio una bevanda composta di miele, zucchero e latte.
Snanajala - Si offre acqua perchè la divinità possa lavarsi.
Abharanasya - Si offrono stoffe, gioielli ed ornamenti.
Gandha - si offre pasta di sandalo o altra sostanza profumata.
Akshata - Si offrono grani di riso mescolati con polevere vermiglia.
Pushpanjali - Si offrono fiori.
Dhupa - Si accende incenso.
Dipa - Si accende una lampada a olio/burro.
Naivedya - Si offrono nuovamente riso, frutta, burro e zucchero.
Visarjana - Si saluta la divinità.
Arati - Offerta del fuoco accompagnata da canti e mantra
Una Puja intermedia prevede i passi compresi tra Madhu-Parka e Naivedya e viene celebrata durante i digiuni o in occasione di quello che viene considerato il compleanno della divinità.
Una Puja piccola inizia con Gandha e procede fino a Naivedya, e viene celebrata quotidianamente. Tutte le Puja terminano col momento fondamentale dell'Arati, e possono comprendere Japa, la meditazione.
Un altro dei momenti principali della Puja al tempio è l'applicazione del Tilak sulla fronte dei fedeli e la distribuzione di Prasada - cibo offerto e consacrato - agli stessi da parte del brahmano. I devoti devono avvicinarsi alla Puja puri di mente e di corpo; i Purana sottolineano l'importanza della qualità della devozione e della corretta disposizione rispetto alla rigidità delle procedure del rito.
Lo scopo della Puja è quello di trattare la divinità come si farebbe con un ospite, con onore e rispetto. Nei templi infatti le divinità vengono trattate come sovrani, secondo l'antico cerimoniale di corte. Sebbene i momenti della Puja siano sostanzialemte identici per tutte le divinità, esistono differenze nei dettagli come, per esempio, il tipo di fiori o di dolci offerti. Il rito della Puja venne a sostituire Homa ed altri sacrifici di epoca vedica che non potevano essere compiuti nè presenziati da donne e Sudra. Dovuto all'influenza dravidica pre-arya e a quella buddhista e Jainista, i sacrifici cruenti di animali vennero sostituiti dall'adorazione di idoli e dal rito della Puja, accessibile a tutti.
In genere ogni puja ha mantra particolari che vanno cantati in differenti momenti del rituale. Generalmente uno all'invocazione iniziale, durante l'abhishekam o particolari offerte, durante l'aarti e nelle preghiere finali, ma dipende dalla puja effettuata. Per una puja veloce e "fatta in casa" basta informarsi sui mantra principali di una data divinità o sulle sue puja più diffuse.Alla fine la pasta di sandalo, la vibhuti e la kumkum vengono passate tra gli officianti e spalmate sulla fronte, e il cibo offerto può essere consumato.
Di solito è un aspetto dello Yoga che viene sempre un pò snobbato in occidente, forse perchè troppo ritualistico, forse perchè è concepito in maniera troppo religiosa, forse perchè essendo rituali dedicati alle divinità è difficile per un occidentale capire la vera essenza di una divinità induista, forse perchè certe forme devozionali ci sono estranee. Fatto stà che la bhakti o devozione è una componente molto importante della spiritualità indiana e un piccolo rituale ogni tanto può essere molto utile a far entrare quella particolare divinità o una pratica spirituale più vicina alla nostra vita quotidiana.
In ogni casa indiana un piccolo angolo è dedicato ad un altare per la venerazione della divinità, tanto meglio se si tratta di una stanza intera, poichè i pensieri sacri, le vibrazioni sonore accumulate attraverso una pratica regolare possono influenzare le menti di coloro che vi entrano. La divinità rappresenta la Forza Creatrice dell'Universo visibile e non ed è perciò necessario portare ad essa gratitudine e devozione, poichè ad Essa dobbiamo la nostra esistenza. Venerandola come Colei che ci ha dato la vita impariamo ad amare noi stessi come esseri divini.
" Om Namoh Narayan
HariOmTatSat"
giovedì 27 febbraio 2014
L'ESPERIENZA DEL MANDALA INTESSUTO
Qualche giorno fa sono andata a trovare in fiera (Natural Expo di Forlì) una cara amica che si occupa di mandala intessuti. Le sue creazioni sono stupende e finalmente ho potuto sperimentare, pur se in piccolo, questa esperienza imparando anche io a creare il mio mandala a quattro raggi. Divertimento, creatività e...MEDITAZIONE!!
Infatti quest'arte di creare mandala con fili di lana o seta o cotone e bastoncini ha un'origine molto antica e che appartiene a diverse culture, da quella tibetana a quella messicana, e il cui scopo è proprio quello di creare figure intessute che riflettano vibrazioni positive in chi le osserva, ma non solo, la loro creazione è una meditazione vera e propria, poichè come in tutte le arti la mente è concentrata allontanando tutti i pensieri!
Grazie Punam!
La mia creazione non è sicuramente meravigliosa, ma potete visitare quelle di Punam a questo indirizzo http://punambazar.blogspot.it/2014/02/luniverso-dei-magik-mandala.html
Rimarrete sorpresi!!
Infatti quest'arte di creare mandala con fili di lana o seta o cotone e bastoncini ha un'origine molto antica e che appartiene a diverse culture, da quella tibetana a quella messicana, e il cui scopo è proprio quello di creare figure intessute che riflettano vibrazioni positive in chi le osserva, ma non solo, la loro creazione è una meditazione vera e propria, poichè come in tutte le arti la mente è concentrata allontanando tutti i pensieri!
Grazie Punam!
La mia creazione non è sicuramente meravigliosa, ma potete visitare quelle di Punam a questo indirizzo http://punambazar.blogspot.it/2014/02/luniverso-dei-magik-mandala.html
Rimarrete sorpresi!!
lunedì 24 febbraio 2014
LA FESTA DI MAHA SHIVA RATRI
Il 27 febbraio in India si festeggierà il Maha Shiva Ratri, ovvero la notte spirituale di Shiva, festa considerata la più importante dell'anno.Maha Shiva Ratri viene “celebrata” nella notte che precede il giorno di luna nuova tra febbraio e marzo, nel mese di Phalguna. In questa occasione gli adoratori di Shiva digiunano per l’intero giorno e vegliano durante la notte.
I Veda affermano: "il Signore Dio Onnipotente ed Onnipresente risiede da sempre - in gran segreto - nel cuore di tutte le creature. Colmo di grazia, bontà ed amore egli offre la liberazione spirituale a tutti gli esseri coscienti, che si rivolgono a Lui con amore”.
I devoti a Shiva, non limitano la loro pratica di adorazione in occasione di Maha Shivaratri, essi realizzano ogni giorno la puja (adorazione fervente) solitamente recandosi nei luoghi di culto. Durante la notte di Shivaratri nell'ashram di Swami Shivananda a Rishikesh (India), i devoti festeggiano seguendo un preciso rituale: digiunano completamente per l’intera giornata, partecipano ad una grande cerimonia spirituale, finalizzata a portare pace e benessere all’umanità, realizzano quasi ininterrottamente il japa yoga con la formula AUM NAMAH SHIVAYA, partecipano per tutta la notte ad una veglia collettiva nel tempio, nella quale ripetono all’unisono il mantra, e contemplano lo Shiva Lingam (fallo di Shiva) per 45 minuti ogni 3 ore.
Come i devoti dell’India, anche noi possiamo vivere appieno questa notte di profonda adorazione, meditando e ricordando che l’obiettivo della nostra pratica spirituale è quello di realizzare qui ed ora il Divino. Meditiamo quindi focalizzandoci con aspirazione sulla cima della testa (descritta nelle antiche scritture come la cima del monte Kailash) nella zona della fontanella, sede del centro di forza supremo Sahasrara, vivendo quanto più possibile l’ineffabile fusione con Shiva, la Coscienza Suprema Divina. Realizzare il digiuno, ci aiuterà a percepire l’estasi della comunione con Shiva, l’onnipresente.
E’ bene in questa notte dimenticare le preoccupazioni della vita quotidiana e le sofferenze passate e presenti. In questa notte, per chi riuscirà a vivere lo stato di fusione con Shiva, basterà chiedere per ricevere.
martedì 4 febbraio 2014
FEBBRAIO...LA FESTA DI SRI-PANCHAMI
Non esiste dicotomia tra sacro e secolare e le feste ne sono una testimonianza importante. Il sentimento della popolazione indiana viene accresciuta da un'esuberante celebrazione della vita. Colori e processioni si mescolano con il rituale, il divertimento con il culto, le feste religiose diventano un'occasione per incontrarsi, per combinare matrimoni, acquistare qualche oggetto o per gustare delizie.
Gran parte degli eventi religiosi dell'India riguardano l'Induismo con la sua miriade di divinità, culti e leggende ed è proprio nel mese di febbraio che si festeggia il giorno di SRI-PANCHAMI, quest'anno il 4 febbraio precisamente.
Nel quinto giorno di luna crescente nel mese di Magha (gennaio/febbraio) si celebra l'arrivo della primavera indiana in onore della Dea Saraswati, ovvero la dea della parola, della cultura e delle arti, nell'atto di suonare il liuto.
La Natura si risveglia esprimendo la grazia e la bellezza della dea Madre, intelligenza cosmica, espressione della conoscenza. A lei si deve il dono della parola agli uomini. La dea indossa solitamente un sari bianco, ad indicare la purezza, con bordi rossi che rappresentano il raggiungimento dei desideri e la voglia di vivere. Al collo porta un Mala (collana per la preghiera) di Tulsi, il basilico sacro, che rappresenta la volontà e la perseveranza della dea nel vivere la Bhakti. Con una mano sorregge il libro sacro dei Veda, simbolo della saggezza induista e dal quale nascono le 64 forme d'arte. Cavalca un cigno bianco rappresentazione del Sattva Guna, la purezza e la discriminazione filosofica.
La dea che è associata solitamente al colore bianco, prende, durante la primavera, le colorazioni del giallo, colore che più si associa all'arrivo di questa stagione, come simbolo di apertura e di amore verso gli altri, colore associato al sole, al campo dei fiori di senape sbocciati e del chicco di mais maturo. Con questo colore entriamo in risonanza con il nostro plesso solare e ci apriamo al rinnovamento, così come fa la Natura. Le donne durante questa festività vestono di giallo per omaggiare la dea Madre che in occasione della festività di primavera prende appunto il nome di Sri-Panchami o Vasant-Panchami. E' una festa importante per tutti, ma soprattutto per i bambini ai quali, proprio in questo giorno, vengono insegnate le prime parole o a scrivere.
Questa festa prelude a quella che sarà poi la festa di Holi, festa dei colori della primavera.
"Dea Saraswati,
bella come la luna del colore del gelsomino,
ghirlanda pura e bianca come gocce di fresca rugiada,
vestita di bianche vesti radiose,
tu che tra le tue splendide braccia tieni il veena,
che hai per trono un bianco loto,
circondata e rispettata da tutti gli Dei, proteggimi.
Rimuovi completamente da me la negligenza, la lentezza e l’ignoranza.
Yaa Kundendu tushaara haaradhavalaa, Yaa shubhravastraavritha
Yaa veenavara dandamanditakara, Yaa shwetha padmaasana
Yaa brahmaachyutha shankara prabhritibhir Devaisadaa Vanditha
Saa Maam Paatu Saraswatee Bhagavatee Nihshesha jaadyaapahaa"
domenica 2 febbraio 2014
LA VISIONE DELLA VITA SECONDO L'INDUISMO...
L'Induismo è la religione tradizionale dell'India, praticata da oltre 700 milioni di fedeli. Il termine italiano "induismo", connesso con il nome dell'India, deriva dalla parola persiana Hindu, utilizzato inizialmente nel senso di "fiume", successivamente per indicare il fiume noto come Indo, dove la prima civiltà indiana si sviluppò.
Già nel V secolo a.C. il termine indicava per estensione gli abitanti della terra dell'Indo, per l'Islam la parola veniva attribuita agli abitanti non musulmani di quelle terre; in questo senso l'italiano definisce "indù" i seguaci della religione più antica dell'India, presentati dalla tradizione come coloro che seguono la legge, "dharma", accettano la divisione della società in classi (varna, caste) e vivono le quattro fasi della vita umana, "asrama".
Le origini di questa antica religione si fondano attorno al 1500 a.C. e derivano dall'evoluzione di due fasi religiose dette "vedismo" e "brahmanesimo", dal nome degli appartenenti alla casta sacerdotale, i brahmani.
LA VISIONE DELLA VITA...
Sinteticamente si può definire l'induismo come una religione politeista supportata da una considerazione filosofica della realtà cosmica e dell'esistenza umana, oltre che da una precisa concezione della società e dei compiti dei singoli individui.
La determinatezza del sistema sociale costituisce l'elemento di continuità e di unità che l'individuo non possiede nella sua dimensione religiosa caratterizzata dalla molteplicità delle figure divine e dagli atteggiamenti devozionali. I fedeli infatti si distinguono per la loro devozione, in particolare al dio Shiva, piuttosto che ad altri come la dea della Terra o Vishnu, e dall'assenza di un indirizzo dottrinale uniforme paragonabile s un "credo" convenzionale.
Questa divisione eterogenea è posta comunque nella tradzione in conformità con i contenuti degli antichi testi sacri, i Veda, redatti nella forma più arcaica della lingua sanscrita in un periodo compreso tra il 1000 a.C. e il 900 a.C. e contenenti formulari liturgici, inni religiosi, formule magice ecc...
Dei Veda fanno parte anche i testi del Brahmana contenenti numerose esposizioni dei rituali e dei miti a essi sottesi e le Upanishad, testi di carattere filosofico, circa il significato dell'esistenza e la natura dell'universo, motivi ispiratori fondamentali della filosofia dell'induismo, fondata sulla concezione dell'universo come un grande uovo cosmico con cieli, mondi infernali, oceani e continenti disposti concentricamente intorno all'India; questo universo sconfinato è destinato a una esistenza eterna, ma ciclica, segnata da una degenerazione costante e inesorabile da una sorta di Età dell'Oro, fino all'epoca più triste e precaria al culmine della quale il cosmo viene divorato dalle fiamme come in un rito di purificazione capace di rigenerare l'Età dell'Oro e un nuovo ciclo.
Già nel V secolo a.C. il termine indicava per estensione gli abitanti della terra dell'Indo, per l'Islam la parola veniva attribuita agli abitanti non musulmani di quelle terre; in questo senso l'italiano definisce "indù" i seguaci della religione più antica dell'India, presentati dalla tradizione come coloro che seguono la legge, "dharma", accettano la divisione della società in classi (varna, caste) e vivono le quattro fasi della vita umana, "asrama".
Le origini di questa antica religione si fondano attorno al 1500 a.C. e derivano dall'evoluzione di due fasi religiose dette "vedismo" e "brahmanesimo", dal nome degli appartenenti alla casta sacerdotale, i brahmani.
LA VISIONE DELLA VITA...
Sinteticamente si può definire l'induismo come una religione politeista supportata da una considerazione filosofica della realtà cosmica e dell'esistenza umana, oltre che da una precisa concezione della società e dei compiti dei singoli individui.
La determinatezza del sistema sociale costituisce l'elemento di continuità e di unità che l'individuo non possiede nella sua dimensione religiosa caratterizzata dalla molteplicità delle figure divine e dagli atteggiamenti devozionali. I fedeli infatti si distinguono per la loro devozione, in particolare al dio Shiva, piuttosto che ad altri come la dea della Terra o Vishnu, e dall'assenza di un indirizzo dottrinale uniforme paragonabile s un "credo" convenzionale.
Questa divisione eterogenea è posta comunque nella tradzione in conformità con i contenuti degli antichi testi sacri, i Veda, redatti nella forma più arcaica della lingua sanscrita in un periodo compreso tra il 1000 a.C. e il 900 a.C. e contenenti formulari liturgici, inni religiosi, formule magice ecc...
Dei Veda fanno parte anche i testi del Brahmana contenenti numerose esposizioni dei rituali e dei miti a essi sottesi e le Upanishad, testi di carattere filosofico, circa il significato dell'esistenza e la natura dell'universo, motivi ispiratori fondamentali della filosofia dell'induismo, fondata sulla concezione dell'universo come un grande uovo cosmico con cieli, mondi infernali, oceani e continenti disposti concentricamente intorno all'India; questo universo sconfinato è destinato a una esistenza eterna, ma ciclica, segnata da una degenerazione costante e inesorabile da una sorta di Età dell'Oro, fino all'epoca più triste e precaria al culmine della quale il cosmo viene divorato dalle fiamme come in un rito di purificazione capace di rigenerare l'Età dell'Oro e un nuovo ciclo.
giovedì 9 gennaio 2014
TRA ORIENTE ED OCCIDENTE - L'influenza della filosofia indiana su quella greca
Come è noto nel corso dell'evoluzione storica spesso è accaduto che la tendenza dell'umanità a classificare, per ignoranza, entro determinati schemi, tutto ciò che appare " diverso-inconsueto-anomalo ", si è poi tradotta in scelte di ordine politico, usate per giustificare ideologicamente l'assoggettamento o addirittura lo sterminio di interi popoli. Si pensi alla pratica del colonialismo, fatta passare per una missione umanitaria e civilizzatrice a vantaggio delle nazioni più arretrate. L'ideologia, in sostanza, speculava su difficoltà di tipo gnoseologico. In genere poi, la storiografia moderna e contemporanea interpreta la filosofia greco-latina basandosi sui pregiudizi evoluzionistici correnti senza considerare minimamente il punto di vista degli antichi e fra molti stereotipi che abbiamo saputo creare, vi è quello secondo cui i modi di pensare occidentale e orientale sarebbero del tutto divergenti: si è convinti che la filosofia orientale di filosofare sarebbe prevalentemente caratterizzato da idealismo, irrazionalismo, introversione, cosmocentrismo e pessimismo ai quali si opporrebbero il materialismo, il razionalismo, l'estroversione, l'antropocentrismo e l'ottimismo ritenuti tipici dell'Occidente.
La formazione stessa della classicità greca risale alla contrapposizione tra Oriente ed Occidente, codificata nel V secolo a.C. da Erodoto di Alicarnasso, che sottolinea con estrema chiarezza le diversità che l'Asia rappresentava allora rispetto alla Grecia classica, matrice indiscussa dell'intera civiltà occidentale. Le frontiere che Erodoto fissa per il mondo asiatico sono rimaste quasi invariate, dopo 25 secoli, nonostante la violenza degli avvenimenti storici e la profondità degli sterminati sconvolgimenti che hanno investito i popoli dell'Eurasia. Erodoto vive in un'epoca nella quale Atene raggiunge il più alto livello culturale, tanto da riassumere in sè tutta la "grecità" classica. Da questa base Erodoto stabilisce e giudica le differenze sociali, morali e di comportamento rispetto all'Asia, dando vita ad uno schema che resta quasi immutato nel corso dei secoli, anche se l'intreccio degli avvenimenti storici si complica di continuo per il mutare dei protagonisti, per l'intrecciarsi di spinte e di reazioni eterogenee, perfino per il continuo mutare o modificarsi delle zone "calde" ove l'Europa e l'Asia si incontrano e si scontrano. Eppure Erodoto aveva sul mondo asiatico conoscenze quanto mai incomplete e si muoveva mentalmente in una geografia distorta e monca: conosceva con molta precisione il mondo scitico, semitico e persiano, ma ignorava addirittura l'esistenza dell'Estremo Oriente.
Iscriviti a:
Post (Atom)







