Per colui che vede il proprio Sè espanso nell'universo e l'universo nel proprio Sè, e che vede il superiore e l'inferiore; la pace fondata sulla conoscenza non viene mai a mancare.

- Charaka Samhita Sha. V. 20 -



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lunedì 23 marzo 2015

RIFLESSIONI SULLE MEDICINE ALTERNATIVE

- Perchè dovrei affidarmi a cure mediche alternative? Dopo tutto la medicina occidentale nasce da una conoscenza scientifica della realtà e la chimica è una grande conquista recente in grado di curare ogni malessere...

- Ne sei certo? Chi ti dice che tutta questa fiducia nelle conoscenze "moderne" non sia il frutto di una posizione ideologica, di un condizionamento sociale, in una parola: un pregiudizio?

- Pregiudizio? Ma se la vera civiltà è quella moderna! Nei millenni passati gli uomini vivevano in modo bestiale, senza luce, acqua calda, fognature...Credevano negli spiriti, nei sortilegi. E poi la scienza...

- Quello che dici si può applicare al Medioevo (che comunque ha posto le basi per la scienza moderna), ma quello che non sai o che molti non dicono è che la civiltà umana è molto più antica di quanto non affermi la storiografia ufficiale...

- Ancora con Atlantide...

- No affatto. Ti voglio parlare della civiltà Vedica.

- Non ne so nulla...

- Ma sì, di certo avrai sentito parlare di yoga, karma, Ayurveda....

- Qualcosa ho sentito, ma nulla di serio.

- E' proprio questo il problema. La civiltà vedica possedeva delle conoscenze molto più avanzate delle nostre. Nei Purana puoi trovare chiari riferimenti ai vari continenti del nostro pianeta, alla forma delle galassie, alle fasi di sviluppo del feto, all'energia atomica...

- Sembra incredibile...Ma perchè nessuno ne parla?

- Pochi hanno affrontato seriamente lo studio di questi antichissimi testi e di questa civiltà. Inoltre vi è una notevole resistenza psicologica e ideologica, perchè significherebbe dover riconoscere che gli enormi sforzi scientifici sono una ripresa, parziale e molto limitata, di una conoscenza che l'umanità già possedeva in modo completo. Ti faccio un semplice esempio: lo Yoga in occidente è stato banalizzato a mera ginnastica, in realtà si tratta di una scienza molto profonda che investe non solo il corpo fisico, ma anche la mente e la spiritualità. Millenni prima di Freud nel sistema yogico era nota l'esistenza di una mente inconscia e di come agire su questo livello in modo efficace.

- Straordinario, vorrei saperne di più...

- Non è facile. Dovresti studiare il sanscrito e trovare dei seri maestri legati a questa Tradizione. Ce ne sono stati e ne esistono ancora e non solo in India. Comunque oggi volevo parlarti della medicina della civiltà vedica, l'Ayurveda. A differenza della medicina invasiva di tipo chimico (che porta a degli effetti spesso più deleteri della malattia stessa) questa ha una visione olistica, cioè considera l'essere umano come una realtà non separata dal cosmo. In tal senso ogni malattia è causata da una rottura dell'armonia con se stessi o con la natura. L'idea è che prima di curare sarebbe opportuno prevenire, attraverso uno stile di vita sano che investe ogni aspetto del quotidiano: alimentazione, pensieri, lavoro, compagnie, letture, musica e il rapporto più importante, quello con il divino.

- Sono curioso. Voglio proprio vedere come farai a parlarmi di tutti questi aspetti...

- Iniziamo. Chi ha tempo non aspetti tempo.




"Un ringraziamento particolare va ai miei professori universitari che mi hanno avvicinata a questa cultura, in particolare i Prof. Franci e Peternolli della facoltà di Filosofia dell'Università di Bologna e anche al mio insegnante di Ayurveda Kapil Bhardwaj della scuola Aum Shanti che mi ha permesso di mettere in pratica queste conoscenze"
Michea
La Piccola India

mercoledì 13 agosto 2014

STRANE VITE

Per lunghi anni, il bramino aveva pregato, era vissuto nell'austerità, aveva meditato per lunghe ore, studiato le Scritture. Quel mattino, andò a fare il bagno al fiume. Un interrogativo lo tormentava:

- Cosa c'è realmente dopo la morte? Certo i saggi e le Scritture descrivono con abbondanza di particolari l'inverificabile aldilà, ma si sa chi sia davvero saggio? Chi potrebbe dirlo? -

Mentre si bagnava, una corrente inattesa lo travolse facendolo annegare. Il suo spirito lasciò quel corpo morto per penetrare in quello di un nascituro. Un maschietto il cui padre era un ciabattino della casta degli intoccabili.
Questi crebbe, imparò il mestiere dei suoi avi, sposò una donna della stessa casta, creò una grande famiglia.
Nel suo intimo tuttavia, una vocina ripeteva:

- Sei questo corpo, questo spirito inquieto? Sei questo figlio, questo ciabattino, questo sposo, questo padre?-

Spesso andava a camminare lungo il fiume, cercando il modo di liberarsi da quegli assillanti interrogativi, non riuscendo a trovare una risposta accettabile.
Un mattino, mentre vagava pensieroso, un elefante gigantesco, splendidamente adorno, gli fece scivolare la proboscide sulla spalla destra, mentre un falcone inanellato d'oro gli si posava sulla spalla sinistra. Spuntarono dei cavalieri fra uno squillare di trombe e il ciabattino venne subito circondato e poi portato al palazzo. Il sovrano del paese era morto senza lasciare un erede al trono. Quindi, secondo la tradizione, il suo elefante e il suo falcone erano stati lasciati liberi perchè, nella loro innocenza, designassero il nuovo re. L'uomo da loro indicato sarebbe salito al trono. Lui, l'intoccabile, era così divenuto re. Nel suo intimo, tuttavia, la vocina continuava:

- Sei questo corpo, questo spirito ragionatore? Sei questo figlio, questo ciabattino, questo sposo, questo padre, questo re? -

Non potendo più camminare da solo lungo il fiume, dato che la sua pesante carica glielo vietava, si fece comparire davanti tutti i saggi, i dotti e i monaci del regno e rivolse a loro la sua domanda.
Tutti avevano delle risposte, simili o diverse, ma nessuno gliene forniva una in grado di rassicurarlo.
Presto la peste si abbattè sul regno. Coloro che avevano approvato l'elezione del re scelto dall'elefante e dal falcone cominciarono a preoccuparsi:

- Bisognava accettare un intoccabile sul trono, benchè scelto secondo antiche tradizioni? La sua presenza non aveva contaminato il regno e i suoi abitanti? -

Ci furono dispute, sommosse. Alcuni andarono in esilio, altri si lanciarono in austerità temibili. Peggio ancora, qualcuno si suicidò con il fuoco. Sconvolto il re decise di rimediare allo scandalo in modo da cancellarlo completamente e da purificare il regno per la salvaguardia di tutti gli esseri che dipendevano da lui. Si gettò nel fuoco.
Subito il suo spirito raggiunse il corpo del bramino travolto dal fiume. Si lasciò trascinare dai vortici, si aggrappò alle radici che affondavano nella corrente, raggiunse infine la riva, uscì tutto frastornato dall'acqua e rincasò.
Mentre varcava la soglia, sua moglie esclamò stupita:

- Hai fatto presto stamattina! L'acqua era così fredda? Hai già avuto il tempo di fare il bagno e di pregare? -

Il bramino sorrise senza rispondere, pensando:

- E' mai possibile che abbia ricevuto la risposta alla mia domanda? Ho sognato l'annegamento, le vite di ciabattino e di re, o le ho vissute? -

Alcuni giorni dopo, un uomo arrivò nel giardino del bramino. Chiedeva l'elemosina poichè, come molti, era fuggito dal lontano paese dei suoi padri devastato dalla peste, dopo che un intoccabile era succeduto al vecchio al re, trapassato senza un erede maschio. Il bramino lo guardava, lo ascoltava, in silenzio. La sua sposa, in tutta innocenza, faceva domande e il mendicante, rispondendo, forniva tanti di quei particolari che il dubbio era impossibile. Quell'uomo veniva dal paese su cui lui aveva regnato il tempo di una vita o di un sogno. Lasciando che la sposa rifocillasse l'uomo, se ne andò in riva al fiume. Guardava passare la corrente senza vederla.

- E' mai possibile? Sono stato bramino, sono morto. Poi ho vissuto tutta una vita da ciabattino prima di essere re di un paese maledetto. Eccomi ritornato nella mia prima pelle senza esserne uscito, per lo meno in apparenza. E la mia sposa si meraviglia che rincasi così presto. Nè lei nè i nostri figli sono invecchiati di un giorno. Strane vite! -

Si sovvenne di una pagina dello Yoga Vashishta in cui il re Janaka svegliandosi chiedeva al guru:

- Ho sognato di essere un mendicante che sognava di essere una farfalla. Chi sono? Il re Janaka, un mendicante o una farfalla? -

Mentre ritornava a capo chino e a passo lento, era assillato da un'altra domanda:

- Che cos'è la vita? Dov'è la vera realtà? -

sabato 5 luglio 2014

VITTORIA!!!

Il re Yudishtira era la virtù in persona.
Un giorno, un misero, avvicinatosi al suo trono, si prosternò, si rialzò tendendo mani supplici e sollecitò il suo aiuto.

- Vieni a trovarmi domattina. - rispose il sovrano
-Farò per te tutto ciò che potrò.-

Bhìma, fratello del sovrano, soprannominato "il terribile", passando di là udì la risposta. Se ne andò subito a mettere in movimento la campana dei festeggiamenti eccezionali, quella che suonava soltanto nei giorni di vittoria, di sponsali principeschi, di nascite reali e di altri eventi rari quanto felici. Accorse la folla, curiosa e pronta all'esultanza.
Yudishtira stesso venne sulla piazza principale per essere informato.

- Ho dimenticato un giorno, una festa? Chi dunque ha ordinato di far suonare oggi lo scampanio reale? - chiese il re.

- Sono stato io, Bhìma. - rispose il fratello

- Bhìma dicci che cosa meriti di essere celebrato in questo modo. -

- La vittoria del re sull'invincibile morte! Le ha strappato una giornata di vita! -

- Fratello, che vai cianciando? Non ho vinto nessuno e soprattutto non la morte! -

- Un uomo è venuto a sollecitare il tuo aiuto e tu glielo hai promesso per domattina. Perciò so che almeno fino al prossimo sole sei sicuro di non morire. Non è una vittoria sulla morte? Una grande vittoria! -

Yudishtira lo salutò ridendo, ordinò di richiamare il misero e fece ciò che doveva senza aspettare il domani.

domenica 8 giugno 2014

STAMPELLE

Il re cadde da cavallo, fratturandosi le gambe così gravemente da perderne l'uso. Imparò dunque a muoversi con le stampelle, ma sopportava male la propria invalidità. Vedersi attorno le persone valide della corte gli divenne presto insopportabile e gli guastò l'umore. 
Rifiutò di mostrarsi menomato.

- Poichè non posso essere simile agli altri, ciascuno sarà simile a me -  pensò un mattino d'estate.

Fece dunque notificare nelle sue città e nei suoi paesi l'ordine definitivo dell'uso delle stampelle per tutti, pena la morte immediata. 
Dall'oggi al domani, l'intero regno fu popolato di persone rese invalide. All'inizio, alcuni provocatori si fecero vedere in giro senza alcun sostegno. 
Fu certo difficile acciuffarli di corsa, ma tutti prima o poi vennero arrestati, condannati e giustiziati per servire di esempio. Nessuno osò ripetere la provocazione. Per proteggere la prole, le madri insegnarono subito ai loro bambni a camminare con le stampelle. Bisognava abituarcisi, ci si abituò.
Il re visse fino a tarda età.  Nacquero parecchie generazioni senza che si vedesse mai nessuno circolare liberamente sulle sue gambe. Gli anziani scomparvero senza dire nulla delle loro lontane passeggiate,  senza osare infondere nella mente dei figli e dei nipoti il pericoloso desiderio di deambulare senza sostegni.
Alla morte del re, alcuni vecchi tentarono di liberarsi delle stampelle, ma era troppo tardi, i loro corpi malandati ne avevano ormai bisogno. I superstiti, di solito, non riuscivano più a stare dritti. Rimanevano prostrati su qualche sedia o distesi su un letto. Questi tentativi isolati vennero considerati come innocui deliri di vecchi rimbambiti. Inutilmente raccontarono che un tempo si camminava liberamente, senza stampelle: vennero guardati dall'alto in basso, con l'indulgenza ilare concessa ai rimbecilliti.

- Ma sì, nonno, andiamo, era senza dubbio ai tempi in cui il becco dei polli aveva i denti! - 

E con un sorriso in tralice, uno scambio di occhiate, scrollavano il capo ascoltando la vecchia voce, prima di andare a ridere di nascosto.

martedì 1 aprile 2014

GIUDIZIO

Purnima, la prostituta, quella notte sognò che un bramino era venuto ad onorarla. Al suo risveglio, chiamò la serva, le descrisse l'uomo e la mandò a reclamare il dovuto, poichè non aveva ricevuto alcuna ricompensa per i suoi servizi.
La serva fece un'indagine in tutta la città, ripetendo a chi voleva starla ad ascoltare che quel furfante di bramino aveva cavalcato la prostituta senza pagarne i servizi. La faccenda fece molto rumore. Ciascuno la ravvivò con particolari piccanti per sottolineare la doppiezza dell'uomo.
Solo alla fine della giornata lo sventurato bramino venne formalmente riconosciuto. Per sua disgrazia, passava per la via principale, recandosi spensierato al tempio per compiere i rituali della sera. La serva lo vide e si precipitò su di lui esigendo ad alta voce il pagamento dell'onorario dovuto alla sua padrona. La folla incuriosita lo circondò. L'uomo rimase dolorosamente sorpreso. Spiegò che la notte precedente aveva dormito al fianco della sua consorte, come ogni notte da quando si era sposato, che c'era dunque un errore di persona.
Ma, dato che ciascuno ormai lo descriveva e ne illustrava il misfatto a ogni orecchio consenziente, era già giudicato, e in maniera inappellabile. Era per forza colpevole, condannato a pagare il debito e le spese. La folla crebbe, insistette, si fece minacciosa. Lo sventurato innocente era povero. Spiegò, perorò la propria causa, balbettò, finì in fretta col lasciarsi prendere dal panico. Si mise a pregare Krishna:

"Signore, Tu che hai salvato Draupadi dalla vergogna quando i  Kaurava volevano strapparle il sari, Tu che sollevasti la collina di Govardharna per salvare i contadini dall'inondazione, Tu che hai vinto il dio Indra stesso, vieni in mio aiuto, dimostra la mia innocenza, salvami dalla loro collera, quand'anche volessi pagare per salvarmi da questo pericolo, sai che sono senza un soldo!"

In quel momento, passò a cavallo il re con il suo seguito e si fermò per chiedere che cosa provocasse una simile agitazione sulla pubblica via.
Ciascuno raccontò la sua storia e la faccenda divenne sempre meno comprensibile. Il re decise dunque di risolvere il caso ascoltando personalmente, in un luogo tranquillo, la prostituta e il bramino, che vennero convocati a palazzo senza indugio.
Nella grande sala del trono, entrambi, scortati da guardie, attendevano di potersi spiegare. Il re si accomodò e poi chiese al bramino, interrogato per primo grazie al rispetto dovuto alla sua casta, ciò che avesse da dichiarare.

- Sire, questa donna mi accusa di avere fatto ricorso stanotte ai suoi servizi senza pagarla.  E' falso, poichè dormivo al fianco della mia sposa.

- Potrebbe testimoniarlo?

- Sì Sire. Aggiungo che la mia sposa è giovane e bella, che apparteniamo alla stessa casta, che onorarla non mi espone ad alcuna impurità, men tre questa prostituta è di bassa casta e non è più molto giovane nè molto bella. Tali motivi mi sembrano sufficienti per provare che dico il vero.


Il re voleva sì credere al bramino, ma aveva visto e udito tante situazioni umane strane da quando era salito al trono ed amministrava la giustizia, che le argomentazioni addotte e la testimonianza di una sposa non gli parevano necessariamente del tutto convincenti. Concesse la parola alla prostituta:

-E tu, donna, che cos'hai da dichiarare?

- Maestà, non sono più molto giovane e la mia casta è di certo bassa. Ciò significa che si possa usare di me senza allargare i cordoni della borsa? Quest'uomo mi ha fatto visita in sogno la notte scorsa. Non oserò mai dirvi che cosa abbia preteso da me, Sire, e la cosa andò avanti da mezzanotte all'alba! Insisto per ricevere la giusta mercede per i miei servizi.

Il re rimase un attimo tranquillo e silenzioso. Infine dichiarò:

- Donna, riceverai il giusto pagamento del debito.

Il bramino credette di soffocare udendo pronunciare un simile giudizio, ma non osò protestare. Rimase immobile, persuaso all'improvviso di pagare a caro prezzo una colpa, da lui dimenticata ma terribile, commessa in una vita precedente.
A un semplice cenno del re, uno schiavo portò un grande specchio. Il sovrano, dopo aver fatto posare lo specchio al centro della sala del trono, invitò il bramino ad appendere la sua borsa, con il suo contenuto, a una corda legata all'anello che tratteneva il ventaglio di foglie di palma al soffitto della sala quando faceva caldo. Allora il sovrano intimò alla prostituta:

- Afferra la borsa nello specchio.

- Ma non posso afferrare la borsa nello specchio, voglio del denaro contante, palpabile!!

- Prendi o vattene! - disse il re.

Il giusto prezzo di un sogno è una borsa in uno specchio!

giovedì 6 marzo 2014

CHE COSA VEDI?


Sulle rive opposte del fiume Yamuna sorgevano due capanne di rami. Nell'una viveva una santa, nell'altra insegnava un'asceta.
Per evitare di commettere un atto impuro con lo sguardo o con il pensiero, avevano stabilito, molti anni prima, il primo giorno del loro ritiro, che lei avrebbe fatto il bagno allo spuntar del giorno e lui al tramonto. Nessuno dei due, nel corso degli anni, era mai venuto meno a tale impegno.
Ora, ecco che un mattino la santa, meditando, sprofondò in una tale estasi che il tempo svanì. Ritornando infine in questo mondo, constatò che la luce continuava ad essere quella del mattino e discese al fiume per fare le sue abluzioni. Tuffatasi nella corrente, sparse le chiome per lavarle, vide giungere l'asceta sulla riva opposta. Non era l'alba, ma l'imbrunire. Il giorno era trascorso senza che lei se ne accorgesse.
Per non venir meno alla promessa fatta, uscì dall'acqua e stava per andarsene quando udì l'asceta borbottare alle sue spalle:

- Madre, non provi vergogna?

La donna si voltò. Il sari grondante modellava un corpo segnato dagli anni. Rispose, tranquilla e dritta:

- Vergogna io? No. Se ti aspetti la vergogna, significa che la conosci. Essa è in te, pover uomo.

Lui sapeva bene di non essere un saggio ed era pienamente consapevole che coloro che si recavano da lui convinti di incontrarne uno si sbagliavano, ma come aveva fatto la donna a indovinare in un attimo la sua miseria se non si erano rivisti da anni?

- Madre, perchè mi accusi?

- Che cosa vedi?

- Un corpo di donna cui si appiccica una veste di cotone.

- Fumo delle apparenze. Guarda! In verità, esiste solo il Sè che non è nè maschio, nè femmina.

E scomparve di colpo, lasciando sull'argine soltanto due piccole pozze di acqua grigia, là dove si erano posati i piedi nudi.
L'uomo rimase un attimo sconcertato, poi decise di lasciare la sua capanna e le sue illusioni di saggezza. Rimandò a casa i discepoli e attraversò il fiume. Si avvicinò alla capanna per tentare di studiare presso la santa. Nessuno rispose al suo appello. Agli abitanti del villaggio vicino chiese dove si trovasse la donna. Lo informarono che nessuno aveva mai abitato la capanna indicata. Guardandolo in modo strano e facendosi indietro, dissero:

- Se ti è apparso qualcuno e se il tuo spirito non è confuso, si tratta di un demone o di un Dio.

L'uomo andò ad abitare lontano, sulla riva del Gange, dove meditò in solitudine e con sincerità, non cercando alcun sapere, alcun potere, alcuna gloria, ma la sola Verità.
Con il passar del tempo, gli abitanti del villaggio lo presero a benvolere per la sua semplicità. Perciò, quando dopo piogge diluviali il fiume si ingrossò minacciando di straripare, andarono ad avvisarlo, pregandolo di lasciare la sua capanna in riva alle acque per l'una o l'altra casa del villaggio, il tempo che la luna piena passasse.

- Non temete nulla.

Rispose pienamente fiducioso...

- Pregherò il Signore che mi proteggerà.

E rimase là, senza cambiare minimamente le proprie abitudini. L'acqua, che continuava a salire, arrivò davanti alla capanna. Le onde lambivano la soglia della modesta abitazione. Gli abitanti del villaggio accorsero di nuovo.

- Vieni da noi, sant'uomo, continua a piovere, rischi di finire annegato!

- Smettete di preoccuparvi. Il Signore non abbandona i suoi figli, sappiatelo!

Malgrado la loro insistenza, l'uomo riprese la sua meditazione, con i piedi nell'acqua e la testa fra le nuvole. L'indomani, l'acqua penetrò la capanna. Lui si arrampicò sul tetto e vi si sedette pregando Dio con ardore.
Una barca si accostò alla costruzione ormai fradicia.

- Se vuoi vivere, vieni all'asciutto sulla collina, spicciati!

- Uomini di poca fede!

Sospirò lui prima di tornare alle sue orazioni.
L'acqua salì fino al tetto, gli lambì le caviglie, gli circondò la vita, gli arrivò al collo. Una barca passava, trascinata dalla corrente impetuosa. Il battelliere gli lanciò una corda affinchè vi si aggrappasse e raggiungesse gli altri passeggeri.

- Vai per la tua strada brav'uomo, Dio ti benedice per il tuo gesto, è Lui che mi sostiene, non temo nulla.

L'acqua gli entrò in bocca e nel naso. La casa gli crollò sotto i piedi.
Quando uscì dal tunnel della morte, alle soglie dell'altro mondo, si trovò davanti il Dio Vishnu in persona.

- Ah

Protestò l'uomo .

- Ti ho pregato, mi hai risposto che arrivavi, ed eccomi morto. E' così che proteggi? Perchè mi hai ingannato?

- Sono venuto parecchie volte.

- Menzogna! Non ti ho visto nè sentito!

- Le persone che ti hanno offerto il riparo della loro casa, le barche e il battelliere che hai rifiutato di ascoltare, chi mai erano, se non io? Tre volte ti ho teso la mano, e tu l'hai rifiutata.

L'asceta rimase muto. Il suo spirito rivide in un baleno la santa, gli abitanti del villaggio, il fiume ingrossato, il dio Vishnu, ombre danzanti in fondo alla sua memoria. Le sue illusioni si dissolsero come fumi nell'aria della sera.

- Non sono nulla.

Disse. Non vide, non udì più nulla, e ci fu solo Ciò che E'.

Dicono che la sera un saggio faccia bagno nel fiume e che lo distinguano dalle nebbie solo gli esseri in cammino verso l'Assoluto. A quelli parla, chiedendo:

- Che cosa vedi?



sabato 1 febbraio 2014

L' ORO DEL LAGO

"In vicinanza della cima, l'aria diventa così rarefatta, così trasparente che bisogna inspirare profondamente per coglierne il poco che resta. I vari viaggiatori che si ostinano a valicare la montagna camminano in silenzio sullo stretto sentiero che costeggia i dirupi. a sinistra, mentre passano, l'ardesia bruciante screpola la pelle inaridita dal sole. A destra, lo sguardo evita di scrutare il vuoto: scorgere l'enorme torrente simile ad un filo d'argento in fondo all'abisso fa balzare il cuore in petto. Sul capo, il cielo azzurro che sovrasta ogni nube è incommensurabile. Lì nessuno sa più se l'inferno sia in basso o lassù.
A una svolta, la parete verticale scompare. Il passo si fa esitante. Il mondo potrebbe finire lì. Il corpo si china impercettibilmente, l'occhio guarda e si stupisce che il sentiero all' improvviso  si stenda verdeggiante. Un'erba tenera attende l'intrepido. Un pò più lontano, l'acqua straripante di un lago sciaborda ai piedi delle rade betulle che, con le foglie grigie e i tronchi bianchi, sembrano irreali nella nebbia leggera.
I viaggiatori sfiniti sia dalla marcia, sia dalla paura che li attanagliava mentre rasentavano l'infinito, depongono il loro bagaglio in riva alle acque limpide, si inginocchiano, si protendono verso l'acqua per bere e per bagnarsi il viso, il collo, le braccia. Alcuni si tolgono le scarpe e immergono i piedi doloranti nell'intensa frescura. Infine, afferrate le fiaschette, gettano via il liquido tiepido che puzza di cuoio per la lunga esposizione al sole e si riforniscono di acqua fredda e pura.
L'acqua è profonda ma così trasparente che solo il riflesso del cielo ne palesa l'esistenza sopra i ciottoli che brillano nel fondo. Uno dei viaggiatori immerge il braccio ed esclama, attirando l'attenzione di tutti.
Le domande fioccno, alcuni si spostano per capire. Là, nell'acqua, una collana d'oro e di pietre preziose attende di essere raccolta. Ricompensa per coloro che hanno osato sfidare le vertigini? Una bella dama l'avrà lasciata cadere nel passare! Il lago è trasparente ma gelido e profondo. L'aria molto fresca non incoraggia il bagno. La dama non ha potuto riprendere il suo bene. Era ricca, senza dubbio, e preferiva perdere il gioiello piuttosto che rischiare l'assideramento. E poi ciascuno sa che i laghi di montagna sono abitati dai rakshasa, quegli esseri per metà demoni che si offendono per ogni intrusione nel loro dominio.
Quel monile è forse una trappola tesa a coloro che varcano la soglia del loro regno. Se si ornano di quelle gemme, potrebbe essere pericoloso appropriarsene.
Il più giovane non è necessariamente il più ardimentoso, ma il più sconsiderato.
Si spoglia in men che non si dica e trotta verso la riva. La sua decisione provoca una schermaglia fra coloro che subiscono il fascino dell'oro e coloro che temono i rakshasa. Lui persiste, indifferente ai commenti e, stringendo i denti, lascia che l'acqua gli aferri le ginocchia, gli geli le cosce, gli umili la verga. Fa una profonda inspirazione e poi si tuffa.
Subito il gioiello si dissolve, scompare.
L'uomo riemerge, sputacchia, batte un pò i denti, inspira, si immerge di nuovo, tocca un'altra volta il fondo. Il suo pugno afferra solo sassi. Sulla riva ciascuno conferma che la collana è andata in frantumi, che si è sparsa nel lago prima di scomparire. I rakshasa se la sono di certo ripresa!
Il giovane risale rapidamente sulla riva, si friziona energicamente con la salvietta che gli tendono, si riveste in fretta e si soffia il naso con le dita. Accanto a lui, all'improvviso, fioccano le esclamazioni.
Il monile è ricomparso. Ciascuno, perplesso, lo guarda. I timorosi affermano che è protetto dai rakshasa. Quelli attratti dall'oro aggrottano le sopracciglia, cercano, calcolano, tentano di valutare la profondità del lago in quel punto. Uno di loro lo sonda. Cerca di pescare il gioiello con l'aiuto di un ramo secco. La collana si dissolve di nuovo, si sparpaglia. Il gesto brusco del pescatore deluso spezza il ramo secco. I più timorosi si allontanano e avvertono gli altri a gesti.
- I rakshasa vi tendono una trappola. Non vedete che si prendono gioco di voi? Rischiate la morte. Del resto, guardate come trema quel folle che ha osato tuffarsi a dispetto di ogni prudenza! E' già un bianco cadavere! - 
La paura fa riflettere. I commenti riprendono veloci. Il gruppetto ronza come un alveare. Qualcuno se ne allontana e riflette appartato. Poi tutto il gruppo si riaccosta guardingo alla riva e contempla la collana. Infine l'alveare si scompone. Gli uni riprendono il loro bagaglio e raggiungono di corsa coloro che avevano già rinunciato, gli altri scrutano il paesaggio alla ricerca di un ramo più solido del primo. E' così che alzando gli occhi scorgono la collana, appesa a una fronda  di betulla.
L'intrepido tuffatore si rianima e corre a scuotere l'albero ridendo. Lassù, la gazza disturbata spicca il volo mentre piovono ramoscelli, foglie e pezzi di corteccia.
Con un rumore sordo la collana finisce ai piedi degli uomini che si precipitano insieme a mani tese.
- E' mia! - grida l'uno
- Fatti in là! - ruggisce l'altro
- Attenzione! - si esclama qua e là
La gazza si tuffa e riparte in un lampo con il suo tesoro nel becco, fuggendo lontano dalle imprecazioni e dai lanci di sassi. Allora ciascuno insulta l'altro, le parole sono pesanti, i gesti bruschi. Uno sostiene che aveva già afferrato il monile, che bisognava lasciarglielo, un altro che è colpa loro, che...
Sull'altra riva del lago, la ragazza lascia cadere la collana su una roccia inclinata.
Che cosa poteva farsene? E' troppo pesante, immangiabile. Trascinato dal proprio peso, il monile scivola nell'acqua che richiude su di esso il suo silenzio senza un' increspatura, senza un mulinello.

domenica 5 gennaio 2014

IMPRONTE



"L'uomo era morto, rigido, lavato, avvolto in un bianco sudario. Il suo spirito vagava nello strano spazio che fa seguito al tetro tuffo. Aveva appena lasciato una vita, una storia, un mondo.
Mentre veniva inghiottito dalla spirale luminosa che via via gli si materializzava davanti, gli tornò in mente la sua avventura umana. La vide simile a passi che si imprimevano nella sabbia, leggeri quando la vita era semplice o oscillante di gioia, pesanti e profondi nei giorni di sconforto.
Il suo attaccamento a Dio non era mai venuto meno,era vissuto in uno stato di memoria permanente. Non aveva mai dimenticato l'Essere. Perciò il Signore lo aveva accompagnato ovunque. Ne vide le tracce accanto le proprie. Sorrise. Poi, contemplando ancora il suo cammino, si accorse che le doppie tracce non erano costanti. Dio aveva attraversato con lui le sue gioie, ma nei giorni di infelicità, lui, l'essere umano, il pover'uomo, aveva dovuto camminare senza alcuna compagnia.
La sua anima agonizzante si rivolse a Dio:

- Signore, perchè mi hai abbandonato? Vedi come stavo male, com'ero solo!

Dio, sempre accanto a lui rispose:

- Guarda meglio le impronte dei passi: quando eri allegro ti ero accanto, ma quando soffrivi, quando ti sfinivi nell'affrontare le difficoltà del mondo e non ti reggevi più in piedi, ti portavo in braccio!"